Il senso politico delle primarie per il Segretario regionale del PD Lazio è stato quello di aver segnalato momenti di resistenza, di libertà, di autonomia. Ma c’è anche un senso “iperpolitico” che fornisce alcuni elementi di preoccupazione. Sono tre le direttrici di questa forte caratura iperpolitica[1]: a) il numero e l’andamento delle liste a sostegno del candidato vincitore; b) i voti assoluti tra Roma e Provincia, 40.000 nella capitale 38.000 nell’hinterland, a fronte di una popolazione quasi doppia: 2.700.000 contro 1.500.000; c) l’esito delle primarie aperte ai cittadini che ha premiato il candidato designato dai circoli.
La scelta di far sostenere il candidato “unitario” da una serie di liste, se certamente ha massimizzato la raccolta del consenso, di fatto ha frammentato, qualcuno potrebbe dire “balcanizzato” la sua vittoria. Già da queste ore emergono problemi di equilibrio tra le liste e viene messa in discussione la carica del segretario romano del partito, reo di aver fatto il capolista in una lista non risultata prima. Per leggere e cogliere il vero dato politico di queste primarie allora occorre soffermarsi sui risultati delle liste più che su quelli dei candidati. La prova di forza dei capicorrente è la controprova della debolezza progetto. Classico caso di “iperpolitica”.
La grande partecipazione che si è determinata in provincia, esilarante il post di Marco Damilano[2] sul parallelismo tra i risultati del PD a Guidonia e quelli del PCUS a Mosca, così come alcune scene di “spuntatura” di elettori che si sono viste in parecchi seggi della periferia, dicono di una partecipazione molto guidata, strutturata organizzata, una partecipazione “iperpolitica” appunto, non al servizio di un progetto generale ma forse più concretamente a tutela di un interesse personale. Legittimo sia chiaro! Il problema è quando questo viene ad essere l’elemento prevalente e determinante della partecipazione.
Infine il terzo elemento è quello della “ratifica”. Quando le primarie aperte ratificano, addirittura amplificano, il risultato dei circoli vuol dire che la voglia di salire sul carro del vincitore prevale su quella di concorrere liberamente a decidere chi sia il vincitore. Ovvero quanto invece è avvenuto in altre primarie, quelle per le cariche monocratiche, a Milano, Genova, Torino, Firenze, che non hanno fotografato o rafforzato accordi prestabiliti ma hanno dato concretamente la possibilità ai cittadini di decidere il vincitore.
Risultato. Ciò che doveva rafforzare la lunga marcia del Presidente della provincia verso il Campidoglio, non sembra aver sortito l’effetto voluto. L’errore di Nicola Zingaretti è stato lo stesso errore di Walter Veltroni: illudersi, in ossequio al proverbio cinese, di poter vincere senza combattere. La “sua” lista “Uniti” è andata meno bene di quella “democratici”. La sua leadership, proprio per non aver saputo e voluto dire di no a nessuno, oggi è formalmente indiscussa ma sostanzialmente indebolita.
Il problema non è litigare meno ma litigare meglio, ha detto una volta il sindaco di Firenze Matteo Renzi. Ecco, le primarie sono il mezzo ideale per litigare meglio: litigare prima per non litigare durante. Nel Lazio si è deciso di non litigare davvero e in modo trasparente prima. Sarà dura evitare di litigare dopo, quando a seguito della deludente e fantozziana performance di Alemanno il centrosinistra sarà “costretto” a governare Roma. Con il rischio di ripetere un’altra brutta figura.
