Che si tratti di una cena tra amici, di una chiacchera al Bar o di un lancio di agenzia non è mai un buon segno quando si viene paragonati a Jello Biafra. Non lo è nemmeno quando ad un ragionamento invece che reagire partendo dal merito degli argomenti lo si riduca ad una mera valutazione del grado di antipatia. Eviteremo di direi, infine, che un incontro seguito da migliaia di persone con attenzione e partecipazione possa essere delegittimato con la sorprendente valutazione di estraneità. In pochi mesi in un crescendo le reazioni della maggioranza del Partito Democratico vincitrice del congresso del 2009 hanno dato prova di una insofferenza crescente nei confronti di chi non si adegua alla semplificazione identitaria della politica, verso chi caricandosi della responsabilità delle proprie proposte voglia misurarsi su queste trova invece sistematicamente una forma di resistenza radicale a tutto ciò che viene percepito come diverso ed estraneo.
Il Partito Democratico fin dal giorno della sua fondazione ha purtroppo dimostrato una debolezza endemica nel costruire luoghi di battaglia politica interna tali da costruire una proposta condivisa, complice l’atteggiamento ondivago di coloro che ne guidano le aree principali che sono sembrati nei fatti maggiormente interessati a condividere la guida del partito più che impegnarsi nella qualità della proposta politica che il PD avrebbe dovuto rappresentare in Italia.
Se fosse un film basterebbe cambiare canale, ma in politica non è concesso il privilegio della diversione e il riflesso del fastidio nei confronti delle proposte si traduce in un’insofferenza diffusa in tutti coloro che partecipano e che si sentono rappresentati dagli attuali dirigenti del partiti. Basta fare un giro nei circoli, scorrere i social network senza la presunzione che siano una radiografia della realtà per incrociare sempre più frequentemente discussioni aprioristicamente identitarie, scambi costruiti sulla delegittimazione degli avversari da valutare con la qualità del lignaggio politico.
In Democrazia è buona norma non valutare unicamente la capacità di governare gli eventi ma anche come il confronto ed il dissenso sia costruito e gestito. Senza una presa di responsabilità in tal senso il problema del Partito Democratico non sarà la prossima dichiarazione ma l’irreversibile trasformazione delle discussioni interne in uno scontro tra tifoserie.
