Un risultato imprevisto. Assolutamente sorprendente. Proprio come quello di Pisapia e De Magistris poche settimane fa. Nessuno si aspettava il raggiungimento del quorum al referendum di metà giugno. Per trovare qualcosa di paragonabile a quanto avvenuto in Italia nell’ultimo mese non si può guardare all’Europa. Si deve guardare all’America. Imprevedibile e imprevista infatti, nelle moderne democrazie occidentali, è stata solo l’affermazione di Barack Obama alle primarie e poi alle presidenziali del 2008.
Finché la democrazia riserva tali sorprese resta davvero il sistema più capace di dare gusto, dignità e senso al vivere civile. Già, ma si fa presto a dire democrazia. Di quale democrazia parliamo? C’è un nesso che lega primarie, elezione dei sindaci e referendum: tutti e tre sono istituti di democrazia diretta. Tutti e tre pongono i cittadini in un rapporto di partecipazione ma senza mediazioni con le istituzioni, tutti e tre si fondano su un’antropologia matura del cittadino elettore, non più educato e guidato dal partito ma capace di assumere iniziative in piena autonomia. Fuori dalla logica delle appartenenze, dentro la logica della responsabilità. Va da sé che questa democrazia dei cittadini non nega il momento della mediazione. Soltanto ne sposta la titolarità. La toglie al soggetto partito e la restituisce al soggetto istituzione.
E’ in questa prospettiva che noi di gazebos leggiamo il voto dei referendum. Non ci appassiona indicare lo sconfitto numero 1, che non fatichiamo a riconoscere in Berlusconi. Ci appassiona di più riconoscere l’esasperazione generale e generazionale che ha portato a questo risultato. La maggioranza degli italiani che è andata a votare e ha votato sì, non lo ha fatto in nome di un progetto. Lo ha fatto per dire basta. Per esprimere il proprio scontento, la propria insofferenza, la propria alienazione. Un’esasperazione che è in primis verso il governo ma anche verso tutto il resto del sistema politico.
Certo. C’è un dato di merito che non va misconosciuto. I questi referendari, eminentemente quelli sull’acqua pubblica, segnano una riflessione critica maturata dalla popolazione dopo la crisi 2008. La fine dell’illusione liberista, lo sgretolarsi dell’idea che faceva coincidere libero mercato e bene comune. Che questa consapevolezza si sia sviluppata fuori e non dentro i partiti è ulteriore un elemento di riflessione.
In questo senso si può capire la rabbia dei giovani alla Bocca della Verità, contro la giornalista del Tg3 Bianca Berliguer, rea di aver invitato in studio Bersani, non riconosciuto un vincitore dai promotori del referendum. Le angherie subite dall’inviata dello stesso telegiornale nella piazza sono altrettanti segni di un’esasperazione che non trova un’offerta politica e parlamentare consona alla nuova sensibilità e un’offerta di politiche adeguata.
Insomma se c’è una lezione che ci viene da questi referendum come per altri versi e in coerenza dalle primarie di Milano e dalle non primarie di Napoli è l’incapacità di direzione politica da parte della forma partito tradizionale e per converso, l’egemonia della forma movimento sulla forma partito, l’egemonia della forma del partito personale sulla forma del partito collegiale.
Il Governo è stato battuto. Ha preso più sberle nell’ultimo mese sulle politiche e sulla politica, che negli ultimi tre anni. E’ stato battuto dalla democrazia diretta dei cittadini e non dalla democrazia mediata dei partiti. Battuto in una battaglia campale, a viso aperto, non con manovre di palazzo tipo quella del 14 dicembre. Questo è un campanello d’allarme.
Siamo ad un passaggio di fase storico. La società è attraversata da turbamenti e promuove istanze del tutto inedite. Per questo non possiamo riconoscerci in una lettura, come quella purtroppo promossa da autorevoli esponenti del PD, che irreggimenta l’elettorato italiano in rigide categorie come quelle di progressisti, moderati e populisti. Sono parole vuote. Per noi non vogliono dire nulla. Così facendo, peraltro, proprio a fronte di quanto avvenuto in questo ultimo mese, si è obbligati a riconoscere l’egemonia dei populisti sui progressisti e sui moderati. Un esito esiziale.
Noi abbiamo un’idea diversa. Nella nostra idea di democrazia dei cittadini non ci sono elettorati predefiniti, non ci sono appartenenze cristallizzate, non ci sono masse di manovra. Il consenso si costruisce. Con idee nuove e personalità nuove, e con i nuovi mezzi di comunicazione. Vorrà pur dire qualcosa se mentre nei palazzi dei partiti ci si interroga ancora sui capiservizio dei tg, o sui conduttori dei talk show, i referendari, come Obama, si preoccupano di stare su internet.
Sono finiti, e non da ora, gli anni ’90 in cui democrazia diretta e maggioritario volevano dire convergenza al centro e democrazia della delega. Ora per massimizzare la partecipazione, per rafforzare il senso di cittadinanza, per accrescere e diffondere la responsabilità c’è bisogno della democrazia partecipata e diretta dei cittadini. C’è bisogno di polarizzazione non di mediazione. I cittadini sono pronti, le istituzioni nazionali meno.

[...] Elogio della polarizzazione (Gazebos) [...]