D’antoni ci suggerisce con un articolo di sostegno e rilancio del proporzionale che abbiamo bisogno di una società che sia più redistributiva, e che con questo potremmo ambire ad una più sincera interpretazione del concetto di giustizia sociale. A sostegno di questo rinnovato (e potremmo dire mai tradito) amore per il proporzionale D’Antoni brandeggia lo studio del proessor Iversen, cattedratico di Harvard, in merito a questa magica connessione tra leggi proporzionali e realizzazione di governi socialdemocratici a dispetto di quei paesi così maggioritari da non poter far altro che incoraggiare la vittoria politica del centrodestra. E’ come aver scoperto in un colpo solo la pietra filosofale che trasforma non solo il piombo delle sconfitte del centrosinistra ma che produce anche la realizzazione di uno stato equo e giusto.
Salvatore Vassallo pubblica oggi, 23 novembre, una risposta a D’Antoni nella quale fa notare come l’osservazione empirica proposta da Iversen possa essere essa stessa motivo di confusione non potendo distinguere tra legge elettorale e maggioranze politiche chi delle due sia l’uovo e chi sia la gallina. Non si puo’ cioè dimostrare che sia stato il sistema elettorale a produrre maggioranze ricorrenti di uno schieramento sull’altro nel tempo.
Allo stesso modo ci sembra fragile la correlazione tra sistemi elettorali e realizzazione di politiche redistributive perché anche in questo caso potrebbe essere posta legittimamente in obiezione l’osservazione del processo storico che ne ha determinato l’affermazione. Del resto è proprio nella patria del first past the post, il maggioritario Regno Unito, che nasce e si diffonde poi nel vecchio continente l’idea di stato sociale.
Dobbiamo forse partire da un presupposto diverso, non dal cercare nell’uno o nell’altro sistema delle conseguenze perfetto, cosa che si potrà sempre dimostrare imperfetta e fonte di travisazione ma piuttosto partire da quale Italia vogliamo costruire adesso.
I costituenti hanno fatto un ottimo lavoro se oggi, nonostante difficoltà estreme, possiamo ancora permetterci il lusso di parlare di politica con l’idea che non saremo per sempre con le spalle al muro, ma l’Italia che conosciamo oggi ha bisogno di un intervento a cuore aperto. Non possiamo affidarci solamente alla salvifiche scosse di quel pacemaker istituzionale che è oggi il Quirinale, senza rischiare di rimanere un giorno fulminati. Perché se è vero che dobbiamo ripensare urgentemente la legge elettorale non possiamo limitarla ad una contrapposizione tra maggioritaristi e proporzionalisti ma va necessariamente collocata in un dibattito più ampio che riguardi tutto il paese.
