Le istituzioni nazionali unitarie, democratiche e repubblicane vivono, non da ora, un’insostenibile erosione di credibilità. Tutti gli sforzi di autoriforma tentati negli ultimi trent’anni sono abortiti. Contestualmente è cresciuto e non accenna a diminuire un forte senso di estraneità nei confronti dello Stato.
I partiti grandi, nati negli ultimi cinque anni per sconfiggere la frammentazione e dare forma compiuta a un sistema politico dell’alternanza, d’impianto bipolare e maggioritario, faticano a riconnettere pezzi di società in un progetto comune in grado di tenere unito il Paese. Questo fatto viene da taluni interpretato come il segno che il nostro futuro sia scritto nel nostro passato, che la risposta alla crisi sia la restaurazione della vecchia democrazia dei partiti.
Una serie di tabù impedisce di guardare in faccia le cose per quello che sono. E con i tabù si diffonde il conformismo, la cui inerzia potrebbe farci tornare di nuovo, dopo 20 anni, a una riedizione della democrazia bloccata. Invece è il momento di dire, da riformatori di centrosinistra, che sono ancora da compiere, non da dismettere, le istanze promosse dal movimento referendario e dal movimento dell’Ulivo.
Il primo grande tabù è la Costituzione. Ne abbiamo fatto un feticcio, ma la Costituzione non può essere un totem da venerare, deve essere uno strumento vivo e operante, capace di assicurare coesione e regolare il pieno svolgimento della vita democratica. È proprio la fedeltà allo spirito della Carta Costituzionale che ci fa riconoscere la necessità e l’attualità di aggiornarne la Seconda Parte, quella relativa agli organi e ai poteri dello Stato.
La nostra inazione, il nostro spirito di conservazione, potrebbero infatti nuocere al rafforzamento delle istituzioni democratiche concorrendo al loro indebolimento, mentre c’è bisogno di istituzioni autorevoli, rappresentative, credibili, tali che i cittadini, indipendentemente dalla propria appartenenza politica, possano, se non identificarsi in chi ne incarna pro-tempore il ruolo, riconoscerne almeno l’autorevolezza.
La funzione dello Stato è sempre più associata, nel sentire comune, con la funzione del Governo. E’ dunque opportuno e urgente riflettere su un sistema in grado di rafforzare il rapporto diretto con le istituzioni e in special modo con l’istituzione governo, questo al fine non di concentrare il potere ma di renderlo trasparente, riconoscibile, e quindi in ultima analisi, pienamente responsabile. Per tutto questo pensiamo a una nuova architettura costituzionale nella quale il capo del governo sia anche il capo dello Stato.
I partiti non sono i padroni delle istituzioni né i padroni della partecipazione. Non si può essere per le primarie e insieme per una democrazia partitocentrica. Non si può essere per le primarie e contro la personalizzazione della politica. Il problema non è la personalizzazione della politica in sé, che esiste in qualsiasi paese sviluppato e omologo all’Italia, ma il fatto che in Italia questo processo politico, fisiologico e irreversibile non abbia ancora trovato, sul piano statuale, modo di istituzionalizzarsi. Proprio per questo degenera nel populismo
Si pensi, sul piano locale a quanto è avvenuto nei Comuni e nella Regioni e, su quello internazionale, agli Stati Uniti, alla Francia, al Brasile. Ovviamente ci deve essere l’equilibrio dei poteri. Al Parlamento spettano importantissimi poteri di controllo, proprio per questo una democrazia presidenziale non è una democrazia autoritaria.
Secondo grande tabù è la giustizia. Una democrazia non può appaltare alla magistratura la custodia dell’etica pubblica, che è dimensione ben più esigente di quella della semplice legalità. Il rispetto della legalità è il primo dovere civico. Ma nessuna legalità può prevalere sui valori umani e sugli imperativi della coscienza. Il mito astratto della legalità può portare alla statolatria piuttosto che allo stato di diritto. Dobbiamo operare per una politica forte e rigorosa con i propri esponenti e per una giustizia indipendente, sobria e lontana dalla spettacolarità. Dobbiamo operare per una giustizia in grado di perseguire i colpevoli dei reati e che abbia il buon senso di lasciare agli storici la ricerca della verità sul bene e sul male, sui buoni e i sui cattivi.
Terzo grande tabù è l’Europa. C’è un vuoto fortissimo di progettualità e di obiettivi comuni che al momento è riempito solo dall’iniziativa dei singoli paesi. Ma di questo passo l’Unione non tiene e con l’Unione anche l’unità nazionale dell’Italia è a rischio. La moneta unica, basata sulla cessione di sovranità in campo monetario, non potrà reggere in eterno senza una eguale cessione di sovranità fiscale e politica. Siamo per un’Europa democratica. Dobbiamo cominciare a dire che il livello attuale di integrazione è inefficace e insoddisfacente e quindi delineare il profilo degli Stati Uniti d’Europa per il XXI secolo. Di fronte a queste sfide le famiglie politiche europee sembrano senza risposte e, tra tutte, spicca l’afasia del socialismo europeo.
Quarto grande tabù è la crescita. Si dice che per ridurre il debito pubblico occorre crescere e, subito dopo, si aggiunge che l’enorme debito pubblico impedisce di crescere. E’ il classico cane che si morde la coda. Non è vero che non cresciamo perché c’è la crisi. Quando tutto il resto del mondo correva noi eravamo fermi. Sono 10 anni e oltre che l’Italia non cresce, che la spesa pubblica non diminuisce sul PIL (tranne i due anni della famigerata Unione), che non si affrontano seriamente i temi veri: quelli del debito, del carico fiscale e della sua iniqua distribuzione, del rapporto tra politica ed economia, di una nuova giustizia distributiva. Non possiamo più pensare che basta più concorrenza per crescere. Una democrazia non si alimenta di sola libera concorrenza. Una democrazia vive se opera pensando al lungo periodo. Non al vantaggio immediato ma al vantaggio futuro e duraturo. Bisogna pensare oltre le mezze misure.
Una democrazia che non si rinnova si corrompe. Abbiamo bisogno di una Repubblica delle istituzioni e dei cittadini al posto della Repubblica dei partiti.
