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><channel><title>Gazebos.it</title> <atom:link href="http://www.gazebos.it/feed" rel="self" type="application/rss+xml" /><link>http://www.gazebos.it</link> <description>gazebos è un luogo per democratici – un campo che include il Pd ma più largo del Pd – che pensano alla partecipazione decidente dei cittadini, al confronto e anche allo scontro competitivo non come a sciagure per gli effetti destabilizzanti sui gruppi dirigenti ma come a momenti di vita autentica delle democrazie</description> <lastBuildDate>Wed, 16 May 2012 14:51:23 +0000</lastBuildDate> <language>en</language> <sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod> <sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency> <generator>http://wordpress.org/?v=3.3.2</generator> <item><title>#48</title><link>http://www.gazebos.it/aforismi/48</link> <comments>http://www.gazebos.it/aforismi/48#comments</comments> <pubDate>Wed, 16 May 2012 14:36:20 +0000</pubDate> <dc:creator>gazebos</dc:creator> <category><![CDATA[Aforismi]]></category><guid
isPermaLink="false">http://www.gazebos.it/?p=2220</guid> <description><![CDATA[&#8220;il premier stavolta tocca al Pd&#8221; Bersani, La Repubblica 10/5/2012 Curioso pensavamo dovessero deciderlo gli elettori]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>&#8220;il premier stavolta tocca al Pd&#8221;<br
/> Bersani, La Repubblica 10/5/2012</p><p>Curioso pensavamo dovessero deciderlo<br
/> gli elettori</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.gazebos.it/aforismi/48/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Sulla via del doppio turno, un esercito di folgorati</title><link>http://www.gazebos.it/politica/sulla-via-del-doppio-turno-un-esercito-di-folgorati</link> <comments>http://www.gazebos.it/politica/sulla-via-del-doppio-turno-un-esercito-di-folgorati#comments</comments> <pubDate>Wed, 16 May 2012 14:00:25 +0000</pubDate> <dc:creator>Giorgio Benigni</dc:creator> <category><![CDATA[Politica]]></category> <category><![CDATA[Bersani]]></category> <category><![CDATA[Bressa]]></category> <category><![CDATA[Chiti]]></category> <category><![CDATA[D'Alema]]></category> <category><![CDATA[Finocchiaro]]></category> <category><![CDATA[Franceschini]]></category> <category><![CDATA[Hollande]]></category> <category><![CDATA[Mattarellum]]></category> <category><![CDATA[Prodi]]></category> <category><![CDATA[Violante]]></category><guid
isPermaLink="false">http://www.gazebos.it/?p=2229</guid> <description><![CDATA[Con l’editoriale di ieri, 15 maggio, a firma del vicedirettore Massimo Giannini, anche Repubblica, il “giornale partito” nazionale, si inscrive alla schiera, via via sempre più consistente, dei folgorati sulla via del doppio turno. Una folgorazione non certo immediata, sono passati infatti quasi 10 giorni dall’elezione del Presidente francese François Hollande e dalle amministrative nostrane. E così, se Repubblica il giorno delle Idi di maggio pugnala quel che resta della “bozza Violante” c’è da dire che, all’indomani delle amministrative è stato lo stesso titolare della bozza, a somministrare l’eutanasia alla sua creatura: “E&#8217; evidente che questo ultimo voto delle amministrative cambia alcuni presupposti sui quali stavamo lavorando. In assenza di partiti consolidati, allo stato ne resta in piedi solo uno, si rischia una eccessiva frammentazione. Pertanto occorre riflettere sulla praticabilità del doppio turno di collegio”. Ma il più veloce di tutti, come sempre, rimane il Presidente dei Deputati PD Dario Franceschini che prim’ancora che si sapessero i risultati delle amministrative, basandosi solo su Francia e Grecia, rilascia la mattina un’intervista a Repubblica con la quale anticipa la discussione successiva e apre al doppio turno. Segue in serata il Segretario Bersani: “il doppio turno per evitare la frammentazione”. Nei giorni successivi [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a
href="http://www.gazebos.it/wp-content/uploads/saulo.jpg"><img
class="alignleft size-medium wp-image-2230" title="saulo" src="http://www.gazebos.it/wp-content/uploads/saulo-300x205.jpg" alt="" width="300" height="205" /></a>Con l’editoriale di ieri, 15 maggio, a firma del vicedirettore Massimo Giannini, anche Repubblica, il “giornale partito” nazionale, si inscrive alla schiera, via via sempre più consistente, dei folgorati sulla via del doppio turno. Una folgorazione non certo immediata, sono passati infatti quasi 10 giorni dall’elezione del Presidente francese François Hollande e dalle amministrative nostrane.</p><p>E così, se Repubblica il giorno delle Idi di maggio pugnala quel che resta della “bozza Violante” c’è da dire che, all’indomani delle amministrative è stato lo stesso titolare della bozza, a somministrare l’eutanasia alla sua creatura: “<em>E&#8217; evidente che questo ultimo voto delle amministrative cambia alcuni presupposti sui quali stavamo lavorando. In assenza di partiti consolidati, allo stato ne resta in piedi solo uno, si rischia una eccessiva frammentazione. Pertanto occorre riflettere sulla praticabilità del doppio turno di collegio</em>”.</p><p>Ma il più veloce di tutti, come sempre, rimane il Presidente dei Deputati PD Dario Franceschini che prim’ancora che si sapessero i risultati delle amministrative, basandosi solo su Francia e Grecia, rilascia la mattina un’intervista a Repubblica con la quale anticipa la discussione successiva e apre al doppio turno. Segue in serata il Segretario Bersani: “il doppio turno per evitare la frammentazione”.</p><p>Nei giorni successivi è un profluvio di dichiarazioni. Finocchiaro Bressa, Serracchiani, Chiti, D’Alema, fino ad arrivare all’intervista di Prodi venerdì all’Espresso. Anche questa aperturista sul doppio turno il ché stona da chi ha dato il proprio sostegno, determinante, al successo della campagna referendaria pro Mattarellum, quindi per un sistema  a turno unico. Il Professore, e questo è un suo grande limite, non ha mai avuto per le questioni istituzionali la stessa sensibilità riservata alle questioni economiche. Ma tant’è.</p><p>Certo, la confusione che Prodi evidenzia sugli strumenti non è quella sugli obiettivi, che sono sempre stati, con geometrica coerenza, quelli del bipolarismo e della democrazia dell’alternanza. Lo stesso non si può dire degli altri folgorati che per mesi hanno seppellito il bipolarismo insieme al berlusconismo, salvo riscoprirlo ora come antidoto alla frammentazione e all’ingovernabilità.</p><p>Ora, pare evidente come tutta questa discussione manchi del necessario rigore logico e storico e della necessaria serietà. Basti, ad esempio, ricordare che l’Italia ha già avuto nella sua storia unitaria una legge elettorale a doppio turno di collegio: dal 1861 al 1882 e dal 1892 al 1919. <strong>Quasi l’intera vicenda dell’Italia cosiddetta liberale è stata segnata dal doppio turno di collegio. Andatevi a vedere la stabilità di quei governi frutto di una forma di governo parlamentare in molto simile a quella odierna.</strong></p><p>Insomma, tutta questa discussione sul sistema elettorale e sul modello a doppio turno manca di serietà e senso. Ha senso il doppio turno come riconoscimento che la fine del berlusconismo non è la fine del bipolarismo come, nella nostra infinita miseria, qui a <em>gazebo</em>s non ci siamo mai stancati di ripetere. Ha senso il doppio turno se mette in crisi una certa forma di governo e quindi una certa forma partito. Ha senso se porta a quel partito coalizionale, competitivo al di fuori e al di dentro, che noi pensiamo essere l’unico vero strumento in grado di assicurare il nesso tra potere e responsabilità. <strong>Ha senso insomma se diventa lo strumento per un tentativo di rinascita, non quello per l’ennesimo tentativo di sopravvivenza</strong>.</p><p>Se questo è quello che vogliamo, forse è necessario riconoscere che abbiamo camminato per mesi lungo un sentiero sbagliato. E se cambiassimo gli sherpa?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.gazebos.it/politica/sulla-via-del-doppio-turno-un-esercito-di-folgorati/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Istituzioni forti e stato leggero</title><link>http://www.gazebos.it/politica/istituzioni-forti-e-stato-leggero</link> <comments>http://www.gazebos.it/politica/istituzioni-forti-e-stato-leggero#comments</comments> <pubDate>Wed, 16 May 2012 13:50:38 +0000</pubDate> <dc:creator>Alessandro Maran</dc:creator> <category><![CDATA[Politica]]></category><guid
isPermaLink="false">http://www.gazebos.it/?p=2209</guid> <description><![CDATA[Ha ragione Mario Barbi. Dal crollo della Prima Repubblica, consentire ai cittadini di scegliere col voto un leader e una maggioranza, è stata la fonte principale di forza e di legittimazione di tutta la strategia riformista sul tema della forma di governo e delle leggi elettorali. Oggi, invece, il bipolarismo, il maggioritario la personalizzazione, l’elezione diretta (tutti, indistintamente, accomunati sotto l’etichetta del populismo personalistico) sono diventati, nella narrazione che ha preso piede, il segno della fine della democrazia, della abdicazione della politica e di altre terribili catastrofi. A ben guardare, la crisi economica europea (che cresce, si complica e potrebbe mettere in discussione la stessa integrazione europea) si è incaricata di dimostrare che il problema fondamentale dell’Italia non è la presunta «emergenza democratica» di cui si è molto parlato negli anni scorsi lamentando il bipolarismo «forzoso e incivile», ma la mancata modernizzazione del paese. Ed ha chiarito, se ancora ce ne fosse bisogno, che la politica non tornerà «normale» con l’uscita di scena di Berlusconi. Quello che è avvenuto in questo ventennio non è una parentesi antistorica, un’invasione degli Hyksos. E tolto di mezzo il Caimano, non ritornerà l’età dell’oro (che non è mai esistita: la Prima Repubblica non era [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><em><a
href="http://www.gazebos.it/wp-content/uploads/alessandro_maran.jpg"><img
class="alignleft size-medium wp-image-2210" title="alessandro_maran" src="http://www.gazebos.it/wp-content/uploads/alessandro_maran-255x300.jpg" alt="" width="255" height="300" /></a>Ha ragione Mario Barbi. Dal crollo della Prima Repubblica, consentire ai cittadini di scegliere col voto un leader e una maggioranza, è stata la fonte principale di forza e di legittimazione di tutta la strategia riformista sul tema della forma di governo e delle leggi elettorali. Oggi, invece, il bipolarismo, il maggioritario la personalizzazione, l’elezione diretta (tutti, indistintamente, accomunati sotto l’etichetta del populismo personalistico) sono diventati, nella narrazione che ha preso piede, il segno della fine della democrazia, della abdicazione della politica e di altre terribili catastrofi.</em></p><p>A ben guardare, la crisi economica europea (che cresce, si complica e potrebbe mettere in discussione la stessa integrazione europea) si è incaricata di dimostrare che il problema fondamentale dell’Italia non è la presunta «emergenza democratica» di cui si è molto parlato negli anni scorsi lamentando il bipolarismo «forzoso e incivile», ma la mancata modernizzazione del paese. Ed ha chiarito, se ancora ce ne fosse bisogno, che la politica non tornerà «normale» con l’uscita di scena di Berlusconi. Quello che è avvenuto in questo ventennio non è una parentesi antistorica, un’invasione degli Hyksos. E tolto di mezzo il Caimano, non ritornerà l’età dell’oro (che non è mai esistita: la Prima Repubblica non era affatto una democrazia priva di difetti). Nel ’94 non si è causata una ferita che attende di essere sanata, ma sono saltate gerarchie culturali che non è possibile ripristinare. <em>Senza contare che la prima vittima della crisi finanziaria è stato il mito della sovranità nazionale. Tanto per capirci, da tempo in Europa non esistono più gli stati nazionali ed esistono invece gli stati membri dell’Unione europea.</em></p><p>Diciamoci la verità: la competizione bipolare è stata costantemente ipotecata dalla persistenza del precedente sistema istituzionale e da una struttura incoerente e frammentata delle due principali coalizioni. Ma <em>la nostra Repubblica non è più quella di prima, è già cambiata (in modo spesso involontario e imprevisto: Ilvo Diamanti l’ha definita argutamente una «repubblica preterintenzioanale») e oggi risulta incompiuta, a metà. Il nodo irrisolto non riguarda tanto la legge elettorale, quanto la forma di governo, cioè la qualità della forma di stato. E con questo rivestimento istituzionale, l’Italia prima o poi sbatterà la testa contro il muro. È da un pezzo che la premiership è diventata la vera e fondamentale posta in gioco. Al punto che si è fatto dell’investitura popolare diretta (o come se diretta) il perno attorno al quale ruota il sistema, senza, peraltro, introdurre alcun serio contrappeso. </em>Il guaio è che oggi in molti prendono atto che non è possibile praticare la vecchia forma della partecipazione alla politica, ma continuano a ritenere che quella forma della partecipazione alla politica e quel sistema politico siano i migliori. E dunque cercano di avvicinarsi a quel modello e di salvare più elementi possibile di quella esperienza. Questo atteggiamento nasce da una visione statica e conservatrice.</p><p>Ma come si fa a pensare di poter ripristinare il vecchio sistema con un semplice intervento di restauro? Quel che è avvenuto in questi anni (a partire dalla dissoluzione del vecchio sistema dei partiti) non è un incidente di percorso. Nel vecchio sistema ci si faceva cittadini nel partito e del partito, perché non si riusciva ad esserlo interamente nello stato e dello stato. Adesso che l&#8217;identificazione e l&#8217;appartenenza (all&#8217;ideologia, all&#8217;utopia, alla morale del partito) non ci sono più, l&#8217;unica strada praticabile è quella di esaltare la possibilità della scelta, la responsabilità della scelta, l&#8217;esercizio della cittadinanza nello stato. Non si tratta di una questione tecnico-istituzionale, ma di una questione etico-politica. Caduti gli stimoli del passato, come si riattiva la partecipazione alla politica? Non è per questo che abbiamo scelto le primarie? Il rispetto della competenza decisionale degli individui non è forse l&#8217;unica risposta possibile a una crisi di fiducia ormai incontenibile? Specie se si considera che il nostro paese deve fare i conti non solo con il malessere che, dovunque in Occidente, circonda l&#8217;attività politica, ma anche con una dirompente sfiducia nello stato. Una costante nella storia d&#8217;Italia che la mancata modernizzazione del paese ha aggravato al punto che oggi è in discussione la stessa unità nazionale. Me lo chiedo da tempo: visto che bisogna ricostruire il sistema dei <em>checks and balances</em> tra poteri e istituzioni dello stato, perché non è il centrosinistra ad avanzare e precisare il tema del (semi)presidenzialismo come complemento necessario dell&#8217;Italia «federale»?  La scelta semi presidenziale (alla francese, per intenderci) non è forse una «strada europea»? E non è tempo di riconoscere la necessità di uno stato più leggero (il che significa ridurre le occasioni di intermediazione della politica nel funzionamento della società e dell’economia) e di istituzioni più forti?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.gazebos.it/politica/istituzioni-forti-e-stato-leggero/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Follia fiscale</title><link>http://www.gazebos.it/politica/follia-fiscale</link> <comments>http://www.gazebos.it/politica/follia-fiscale#comments</comments> <pubDate>Wed, 16 May 2012 13:40:43 +0000</pubDate> <dc:creator>Marco Paccione</dc:creator> <category><![CDATA[Politica]]></category><guid
isPermaLink="false">http://www.gazebos.it/?p=2223</guid> <description><![CDATA[Pagare le tasse è un dovere, su questo non ci piove. Diventare pazzi per farlo, no. Districarsi in un labirinto di più di 2000 tra tasse, leggi fiscali ed una lista quasi sconfinata di Decreti, Regolamenti e Circolari non solo è una follia, ma è sopratutto anti economico. Ci sono tasse per tutti i gusti e le stagioni. Sono circa 700 quelle più inutili e vanno dalla tassa per esporre il tricolore fino a quella sull&#8217;ombra delle tende dei negozi. In proposito emergono elementi, che delineano l&#8217;entità del problema, dalla recente indagine della Banca Mondiale che, stilando la graduatoria sulla complessità degli adempimenti fiscali in 183 paesi, colloca l’Italia al 123° posto, stimando che ogni azienda vi dedichi l’equivalente di 285 ore di lavoro: il doppio di Francia e Olanda, il 50% in più di Spagna e Germania, 60 ore in più della media europea. Non è ragionevole avere modelli di dichiarazione e pagamento delle imposte talmente complessi da richiedere quasi 100 pagine di spiegazione, come ad esempio per un modello 730. Ma la follia non si ferma qui. A cosa servono miliardi di dati, certificati, censimenti e super computer dai nomi inquietanti con poderose capacità di calcolo? Visto che [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a
href="http://www.gazebos.it/wp-content/uploads/aaaaa.jpeg"><img
class="alignleft size-full wp-image-2224" title="aaaaa" src="http://www.gazebos.it/wp-content/uploads/aaaaa.jpeg" alt="" width="263" height="192" /></a>Pagare le tasse è un dovere, su questo non ci piove. Diventare pazzi per farlo, no. Districarsi in un labirinto di più di 2000 tra tasse, leggi fiscali ed una lista quasi sconfinata di Decreti, Regolamenti e Circolari non solo è una follia, ma è sopratutto anti economico.</p><p>Ci sono tasse per tutti i gusti e le stagioni. Sono circa 700 quelle più inutili e vanno dalla tassa per esporre il tricolore fino a quella sull&#8217;ombra delle tende dei negozi.</p><p>In proposito emergono elementi, che delineano l&#8217;entità del problema, dalla recente indagine della Banca Mondiale che, stilando la graduatoria sulla complessità degli adempimenti fiscali in 183 paesi, colloca l’Italia al 123° posto, stimando che ogni azienda vi dedichi l’equivalente di 285 ore di lavoro: il doppio di Francia e Olanda, il 50% in più di Spagna e Germania, 60 ore in più della media europea.</p><p>Non è ragionevole avere modelli di dichiarazione e pagamento delle imposte talmente complessi da richiedere quasi 100 pagine di spiegazione, come ad esempio per un modello 730. Ma la follia non si ferma qui. A cosa servono miliardi di dati, certificati, censimenti e super computer dai nomi inquietanti con poderose capacità di calcolo? Visto che lo stato sa tutto di quasi tutti i suoi contribuenti, e su questo argomento controverso e sulle problematiche che giustamente emergono su tale condizione si potrebbe aprire una discussione infinita ma questa è un&#8217;altra storia, perchè li costringe ad estenuanti perdite di tempo?</p><p>Naturalmente tutto questo senza la minima possibilità di errore o dimenticanza, altrimenti la gigantesca macchina burocratica è pronta a scatenare una raffica di sanzioni con tassi d&#8217;interesse da capogiro a cui non segue una vera assistenza per chi è in difficoltà.</p><p>Su questi temi sono inciampati anche i tecnici, ed il decreto semplificazioni sembra una goccia nel mare. Basti guardare l&#8217;IMU, che è già diventata l&#8217;incubo dei commercialisti, un&#8217;imposta che si chiama municipale ma in realtà finisce tutta nelle casse dello Stato centrale. A prescindere da giudizi di valore, sarebbe buona norma da parte delle istituzioni, quando introducono nuove tasse, farsi carico di quantificarle o quantomeno di strutturarle in maniera chiara evitando modifiche in corsa o ripensamenti,  per scongiurare situazioni di caos come quelle che hanno accompagnato l&#8217;introduzione di questa nuova ICI.</p><p>Bisogna fare attenzione però, nel comprendere che la colpa non è di quella macchina chiamata Equitalia che si limita ad eseguire pedissequamente le norme per la riscossione delle tasse non pagate, ma bensì di chi costruisce meccanismi perversi di tassazione che appesantiscono i cittadini con decine di scadenze, migliaia di calcoli, uffici con file interminabili i cui orari sono privi di ogni ratio.</p><p>Nel 2011, secondo Confesercenti, le sole, si fa per dire, scadenze fiscali sono state ben 694 nell’arco dell’anno distribuite su 103 giorni tanto che ogni mese se ne sono contate mediamente quasi 60 (57,8), con una frequenza pari a 2,75 per ciascuno dei 252 giorni lavorativi del 2011, e con veri e propri giorni di caos, come il 16 Luglio, in cui si è raggiunto lo spaventoso record di 45 scadenze.</p><p>Un sistema talmente poco razionale che anche quando è la pubblica amministrazione a dover pagare, cosa frequente, il creditore è costretto lo stesso a pagare le tasse anche su quello che non ha incassato.</p><p>Pagamenti con ritardi medi di circa 180 giorni per un valore di quasi 90mld, tre volte il valore europeo, e dati ufficiosi vicini ai 12 mesi, fanno venire meno qualsiasi credibilità e incrinano  pericolosamente quella sinergia tra Stato e imprese che fa la fortuna di un paese.</p><p>Alla luce di tutto questo il concetto di equità, che in ogni caso non si può limitare al solo e verticale aumento della pressione fiscale, di cui si fa portavoce al PD non deve escludere le parole chiarezza e semplicità.</p><p>È democratico chiedere che le tasse siano comprensibili e chiare a tutti quelli che devono pagarle. Lo è forse ancora di più riorganizzare il fisco in termini di efficenza e razionalità, o delegare allo stato almeno una parte degli oneri burocratici che oggi gravano sulle spalle dei cittadini e che rappresentano uno spreco di tempo e denaro.</p><p>Un&#8217; analisi condotta da Agenzia delle entrate e Dipartimento per la funzione pubblica fa emergere chiaramente che solamente la burocrazia fiscale relativa ad IVA e sostituti d&#8217;imposta costa alle piccole e medie imprese italiane 2,7 miliardi l’anno.</p><p>Solo partendo dal superamento di un&#8217;impostazione inutilmente complessa ed estremamente burocratizzata si può ricostruire la credibilità dello Stato e del fisco. Con una semplificazione di rapida attuazione che riduca il numero delle tasse, le scadenze, le asimmetrie informative tra Stato e contribuenti, si  possono avere risparmi economici per cittadini e imprese, nell&#8217;ordine dei due miliardi, in breve tempo, anche se una più generale riforma fiscale rimane assolutamente necessaria.</p><p>Perchè far diventare belle le tasse è un&#8217;utopia, ma renderle più sostenibili è una priorità per la politica.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.gazebos.it/politica/follia-fiscale/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>La Francia della V Repubblica: un esempio da seguire?</title><link>http://www.gazebos.it/politica/la-francia-della-v-repubblica-un-esempio-da-seguire</link> <comments>http://www.gazebos.it/politica/la-francia-della-v-repubblica-un-esempio-da-seguire#comments</comments> <pubDate>Wed, 16 May 2012 13:30:06 +0000</pubDate> <dc:creator>Olivier Tosseri</dc:creator> <category><![CDATA[Politica]]></category><guid
isPermaLink="false">http://www.gazebos.it/?p=2212</guid> <description><![CDATA[ Il Presidente della Repubblica è il garante della stabilità politica ed istituzionale francese, vero re della nostra monarchia repubblicana: La nostra legge elettorale, lo scrutino uninominale maggioritario ha due turni. Al primo turno, gli elettori votano per un candidato nella loro circoscrizione (577). Se un candidato ottiene la maggioranza assoluta dei voti espressi (almeno la metà dei voti più un voto) con almeno il 25% dell’affluenza (il numero di voti validi più il numero degli astensioni), è eletto. In caso contrario, una seconda fase si svolge tra tutti i candidati che hanno raggiunto un numero di voti pari ad almeno il 12,5% degli elettori. Quindi ci possono essere casi di secondi turni triangolari o quadrangolari (ballottaggio tra tre o quattro candidati). Se un solo candidato o nessuno soddisfa questa condizione i due candidati che ottengono il maggior numero di voti al primo turno vengono selezionati per il secondo turno. Il candidato con il maggior numero di voti è eletto al secondo turno (il che vuol dire non necessariamente alla maggioranza assoluta, ma anche alla sola maggioranza relativa). In caso di parità di voti ricevuti, il candidato più anziano è eletto. Grazie a questa legge elettorale la Francia è riuscita finalmente [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong><a
href="http://www.gazebos.it/wp-content/uploads/map_of_france.jpg"><img
class="alignleft size-medium wp-image-2227" title="map_of_france" src="http://www.gazebos.it/wp-content/uploads/map_of_france-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a> </strong>Il Presidente della Repubblica è il garante della stabilità politica ed istituzionale francese, vero re della nostra monarchia repubblicana: La nostra legge elettorale, lo scrutino uninominale maggioritario ha due turni. <strong>Al primo turno, gli elettori votano per un candidato nella loro circoscrizione (577)</strong>. Se un candidato ottiene la maggioranza assoluta dei voti espressi (almeno la metà dei voti più un voto) con almeno il 25% dell’affluenza (il numero di voti validi più il numero degli astensioni), è eletto. In caso contrario, una seconda fase si svolge tra tutti i candidati che hanno raggiunto un numero di voti pari ad almeno il 12,5% degli elettori. Quindi ci possono essere casi di secondi turni <em>triangolari </em>o <em>quadrangolari </em>(ballottaggio tra tre o quattro candidati). Se un solo candidato o nessuno soddisfa questa condizione i due candidati che ottengono il maggior numero di voti al primo turno vengono selezionati per il secondo turno. Il candidato con il maggior numero di voti è eletto al secondo turno (il che vuol dire non necessariamente alla maggioranza assoluta, ma anche alla sola maggioranza relativa). In caso di parità di voti ricevuti, il candidato più anziano è eletto. <strong>Grazie a questa legge elettorale la Francia è riuscita finalmente ad uscire dall’instabilità congenita della Terza e della Quarta Repubblica. </strong>Una legge che ha permesso alla sinistra di godere di una maggioranza all’Assemblea nazionale del 58% nel 1981 oppure alla destra di ottenere 63% dei deputati nel 2002 e il 54% nel 2007. Da far venire l’acquolina in bocca a qualsiasi capo di governo.</p><p><strong>Lionel Jospin o François Fillon hanno dunque potuto assumere la loro carica di primo ministro dal primo all’ultimo giorno della legislatura.</strong> Una caratteristica ulteriormente rafforzata con la riforma istituzionale del 2000. Come i deputati, il mandato del Presidente della Repubblica passa da sette a cinque anni e l’elezione dell’Assemblea nazionale avviene un mese dopo quella del Capo dello Stato. Il rischio di coabitazione (un presidente senza maggioranza all’assemblea come è accadato dal 1986 al 1988 con Mitterrand e dal 1997 al 2002 con Chirac) diventa quasi un mero caso di studio nelle aule di scienza politica. In buona sostanza la V Repubblica rimane un sistema parlamentare ma dove il Presidente è <em>preponderante</em>. Impotente senza deputati della sua famiglia politica, riesce a diventare un vero monarca repubblicano grazie ad una Camera dove gode di una maggioranza forte e stabile. <strong>Questa visione dell’esecutivo è nata dall’orrore del Generale Charles de Gaulle e dalla stanchezza dei francesi per gli esiti della cosiddetta IV Repubblica passata alla storia come “il regime dei partiti”</strong>. Le modalità del voto sono dunque state concepite come un’assicurazione alla stabilità per il paese che non rischia più cadute ripetute del governo. D’ora in poi solo due partiti possono pretendere vincere le elezioni. Verdi, centristi ed altre piccole formazioni diventano solo degli alleati: più scomodi che indispensabili.</p><p>Assicurazione per la stabilità, la legge elettorale viene pure usata come assicurazione di vittoria dalla sinistra. Il Fronte Nazionale, escluso di fatto della vita politica del paese nonostante i suoi buoni risultati alle elezioni presidenziali, si vendica spesso del rifiuto della destra di allearsi con esso. Mantenendo il suo candidato ogni volta che può nelle “triangolari”, fa vincere il candidato della sinistra che ne approfitta come nel 1997. Sarà molto probabilmente così anche nel 2012, è la spada di Damocle sopra la testa dell’UMP. A livello nazionale un’alleanza col FN della Le Pen è esclusa però cosà farà ogni deputato nella sua circoscrizione per salvare la sua poltrona? Risposta il 10 e il 17 giugno prossimo.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.gazebos.it/politica/la-francia-della-v-repubblica-un-esempio-da-seguire/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>L&#8217;anomalia italiana</title><link>http://www.gazebos.it/politica/lanomalia-italiana</link> <comments>http://www.gazebos.it/politica/lanomalia-italiana#comments</comments> <pubDate>Wed, 16 May 2012 13:20:24 +0000</pubDate> <dc:creator>Claudio Croci</dc:creator> <category><![CDATA[Politica]]></category><guid
isPermaLink="false">http://www.gazebos.it/?p=2215</guid> <description><![CDATA[Le tre grandi democrazie storiche occidentali a cui l’Italia può fare riferimento: la statunitense, la britannica e la francese presentano caratteristiche similari a cui quella italiana si discosta decisamente. Ma la quarta democrazia, non storica, ma comunque fondamentale per il mondo occidentale e l’Europa cioè quella Germanica, presenta una notevole differenziazione nella sua ossatura caratteristica. La Repubblica Federale in primo luogo sottopone i partiti politici ad una disciplina ferrea e cioè devono , per essere rappresentati sia nelle Regioni (Land), sia nel Parlamento Federale superare la soglia del 5 %. Ma questo è risaputo, quello che non è diffuso è che i partiti tedeschi sono regolati e la loro ammissione è regolata da una legge federale controllata dalla Corte costituzionale. Da cui risulta che le liste elettorali ed i partiti che le propongono debbono coincidere, quindi la rappresentanza non è lasciata al primo venuto, ma disciplinata secondo norme che impongono quindi una vita democratica e rigorosa all’interno stesso dei partiti che sono quindi soggetti dello stato. Altra caratteristica su cui ritorneremo è la durata della legislatura e cioè quattro anni e non cinque come da noi. Le democrazie anglosassoni americana ed inglese hanno come fattore comune al pari di quella [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p
style="text-align: justify;" align="center"><a
href="http://www.gazebos.it/wp-content/uploads/anomalia-spazio-tempo-oregon4.jpg"><img
class="alignleft size-medium wp-image-2217" title="anomalia-spazio-tempo-oregon4" src="http://www.gazebos.it/wp-content/uploads/anomalia-spazio-tempo-oregon4-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a>Le tre grandi democrazie storiche occidentali a cui l’Italia può fare riferimento: la statunitense, la britannica e la francese presentano caratteristiche similari a cui quella italiana si discosta decisamente. Ma la quarta democrazia, non storica, ma comunque fondamentale per il mondo occidentale e l’Europa cioè quella Germanica, presenta una notevole differenziazione nella sua ossatura caratteristica.</p><p>La Repubblica Federale in primo luogo sottopone i partiti politici ad una disciplina ferrea e cioè devono , per essere rappresentati sia nelle Regioni (Land), sia nel Parlamento Federale superare la soglia del 5 %. Ma questo è risaputo, quello che non è diffuso è che i partiti tedeschi sono regolati e la loro ammissione è regolata da una legge federale controllata dalla Corte costituzionale. Da cui risulta che le liste elettorali ed i partiti che le propongono debbono coincidere, quindi la rappresentanza non è lasciata al primo venuto, ma disciplinata secondo norme che impongono quindi una vita democratica e rigorosa all’interno stesso dei partiti che sono quindi soggetti dello stato. Altra caratteristica su cui ritorneremo è la durata della legislatura e cioè quattro anni e non cinque come da noi.</p><p>Le democrazie anglosassoni americana ed inglese hanno come fattore comune al pari di quella tedesca la durata del mandato elettorale: quattro anni , ma chiariamo che per gli USA i quattro anni si riferiscono al mandato presidenziale e per quello inglese al mandato parlamentare , si aggiunga che per la Camera bassa il mandato americano dura solo due anni , mentre per il Senato sei . Ma in Gran Bretagna a ben guardare i quattro anni sono una data limite  poiché raramente il mandato viene completamente compiuto in genere le elezioni si tengono sempre un po’ prima la scadenza prevista, se non molto prima. Da decenni in Gran Bretagna vige il primato del partito unico al potere o labour o tory, tale duopolio che durava dal 1929 è stato infranto nel 1974 nelle recenti elezioni del 2010 in cui i tory non hanno raggiunto la maggioranza assoluta e si sono associati coi liberali, evento eccezionale, tale eccezionalità è tale che un referendum chiesto dai liberali per modificare , ovviamente a loro vantaggio il sistema elettorale bloccato da secoli, è stato respinto dagli inglesi a giugno del 2011, in Italia non se ne è parlato per niente, ma il famoso uninominale secco ad un turno, è stato confermato pienamente dal popolo inglese e tale conferma unitamente alla lenta disaffezione inglese dagli attuali partiti di governo porterà sicuramente ad elezioni anticipate forse già nel prossimo anno.</p><p>Gli Stati Uniti hanno in comune con gli inglesi il sistema elettorale maggioritario secco, il primo arrivato prende il seggio, senza ulteriori rinvii. Invece il sistema di elezione presidenziale deriva da un sistema misto di origine romana. Sì, nelle votazioni delle magistrature romane si votava per tribù e non per testa , cioè la tribù (collegi elettorali) possedeva un voto elettorale e se la tribù assegnava quel voto a Caio Duilio per un voto o per diecimila voti , poco importava sempre un voto era. Negli Usa ogni Stato dell’Unione al pari di Roma ha a disposizione non uno ma alcuni voti elettorali calcolati in base alla grandezza dello Stato , ma mai inferiore a tre , orbene se in quello stato il candidato presidente X sopravanza di un solo voto o di centomila voti il candidato Y, tutti e non uno o due o in proporzione (fatta eccezione per lo stato del Nebraska e Maine), ma tutti i voti dello Stato vanno al candidato X.</p><p>In Francia come noto la Repubblica è semipresidenziale ed il governo , essenzialmente degli affari esteri , è in mano al Presidente il cui mandato è stato ridotto a cinque anni da sette e ormai il sistema si avvicina a quello americano , poiché la figura del presidente sovrasta quella del Primo Ministro. La durata della legislatura è infatti anch’essa regolata sul mandato presidenziale di cinque anni , e il sistema elettorale è il classico majority e cioè un primo ballottaggio a cui il candidato viene eletto se e soltanto se supera il 50% e in caso negativo al ballottaggio il primo arrivato entra in parlamento o diviene presidente . Leggera differenza tra voto legislativo e presidenziale è che nel legislativo al secondo turno possono essere ammessi anche candidati con oltre il 12,5 %, per quello presidenziale solo i primi due in maniera che il presidente eletto raccolga comunque almeno il 50 % dei consensi elettorali.</p><p>Questo excursus per asserire la totale assoluta differenza tra il sistema italiano e quello di altre democrazie. Il timore di elezioni anticipate aborrito dai politici italiani è fisiologico nelle democrazie occidentali, il mandato poi quinquennale è un caso limite dei parlamenti occidentali, per cui sarebbe fisiologico l’evento inverso e cioè una durata parlamentare inferiore ai cinque anni. In tutte le democrazie parlamentari la legislatura, quindi elezioni parlamentari e durata dell’esecutivo coincidono, le elezioni coincidono con la investitura di un nuovo governo, è un ‘eccezione che un governo non abbia la investitura elettorale, comunque, o con un voto diretto o con un voto mediato.</p><p>Infine e non è poco , in tutte le democrazie liste e partiti si sovrappongono e i partiti sono regolati o da leggi costituzionali o da leggi ordinarie o da ferree consuetudini, come quelle inglesi e nessuno sgarra è il “ sale della democrazia” il gioco è uguale per tutti e entra in gioco solo chi rispetta le regole.</p><p>In Italia, e lo si assiste di recente , il dramma del voto anticipato è colto come un trauma quasi al limite della rottura democratica , ricordiamoci il 1998 quando il governo Prodi eletto venne messo in crisi e sostituito da un accrocco partitico o , in questi gironi l’assoluta eccentricità democratica del governo Monti che pure dalle urne delle amministrative ha mostrato di essere o di non essere maggioranza nel paese, insomma il principio costituzionale della “ sovranità popolare “ nell’unico paese in cui questo è scritto nella Costituzione non è affatto seguito. Salvo le eccezioni dei governi De Gasperi ( il secondo , dopo le elezioni del 1948), Prodi e Berlusconi per il resto tutti i circa cinquanta e passa governi della Repubblica sono stati insediati senza alcuna investitura popolare. Inoltre e si ribadisce la durata della legislatura che è in tutto il mondo posta in media sotto i quattro anni, in Italia è posta fissa ed immutabile, senza rare eccezioni, ampiamente drammatizzate, in cinque anni. Questo testimonia che effettivamente vi sia un’anomali del sistema e questo è nei “partiti” che attraggono su di sé il carisma del voto , cioè sono i partiti a sostituirsi agli elettori a cui gli stessi demandano ogni cinque anni il mandato di fare o non fare governi senza alcuna controindicazione o riprova. Inoltre i partiti stessi sono fuori da ogni regola o controllo di alcuna autorità ,  si impongano statuti cervellotici e al limite della democrazia, si falsifichino votazioni , si determino con aiuti monetari esiti di scelte , questo non è controllato da nessuno. Tra partiti e liste , poi, vi è un gioco di situazioni fantasiose, uno stesso partito può mettere in campo due liste o anche tre , può scegliere di non  presentarsi , insomma tutta una babele di situazioni imposta dalle regole elettorali che in Italia sono tutte , tutte ripeto tutte diverse, per Regioni una legge, diversa possibilmente da Regione e Regione, per i comuni un’altra legge , per le province un’altra , per il Senato una per la Camera un’altra e tutte assolutamente lontanissime dal maggioritario secco,  tutte in genere orientate sul proporzionale a premio , ma anche puro. L’eccezione del periodo 1994-2005 è appunto un’eccezione in cui il solo 75 % dei parlamentari veniva eletto da un sistema maggioritario ,l’unica elezione maggioritaria resta quella di Sindaci e Presidente di Regione e Provincia, ma lì essendo uno la scelta era obbligata.</p><p>Ma la cosa che stupisce è il recente comportamento del Partito democratico, voluto da un gruppo di intellettuali proprio per rimarcare la tradizione occidentale e riportare all’interno del normale costume anche la tradizione anomala italiana. Questo partito, dopo l’investitura dell’ex diessino Bersani alla guida  di nuovo partito ,si schiera per un ritorno al proporzionale puro e si strappa le vesti e spergiura di non volere elezioni politiche anticipate.</p><p>Sic transeat gloria mundi !!!</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.gazebos.it/politica/lanomalia-italiana/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title># 47</title><link>http://www.gazebos.it/aforismi/47</link> <comments>http://www.gazebos.it/aforismi/47#comments</comments> <pubDate>Wed, 09 May 2012 15:41:19 +0000</pubDate> <dc:creator>gazebos</dc:creator> <category><![CDATA[Aforismi]]></category><guid
isPermaLink="false">http://www.gazebos.it/?p=2184</guid> <description><![CDATA[FRANCIA: SCENOGRAFIA PRESIDENZIALISTA? Il prof. Michele Prospero, che non è presidenzialista e ha rimosso le primarie aperte del Ps francese, nel commentare la vittoria di Hollande su l&#8217;Unità (7 maggio 2012, pag. 2) osserva: &#8220;Il Ps sconta l&#8217;antinomia che sempre lacera la coscienza interiore della sinistra: aderire alla scenografia del duello presidenziale e però sognare un&#8217;altra repubblica, la sesta con partiti che non siano mere dipendenze dell&#8217;Eliseo e con rappresentanza.&#8221; Domanda a Prospero: il sogno sarebbe quello di una VI Repubblica tipo primo turno delle presidenziali?]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p>FRANCIA: SCENOGRAFIA PRESIDENZIALISTA?</p><p>Il prof. Michele Prospero, che non è presidenzialista e ha rimosso le primarie aperte del Ps francese, nel commentare la vittoria di Hollande su l&#8217;Unità (7 maggio 2012, pag. 2) osserva: &#8220;Il Ps sconta l&#8217;antinomia che sempre lacera la coscienza interiore della sinistra: aderire alla scenografia del duello presidenziale e però sognare un&#8217;altra repubblica, la sesta con partiti che non siano mere dipendenze dell&#8217;Eliseo e con rappresentanza.&#8221;</p><p>Domanda a Prospero: il sogno sarebbe quello di una VI Repubblica tipo primo turno delle presidenziali?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.gazebos.it/aforismi/47/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Il &#8220;nostro&#8221; Hollande</title><link>http://www.gazebos.it/politica/il-nostro-hollande</link> <comments>http://www.gazebos.it/politica/il-nostro-hollande#comments</comments> <pubDate>Wed, 09 May 2012 15:00:42 +0000</pubDate> <dc:creator>Giorgio Benigni</dc:creator> <category><![CDATA[Politica]]></category> <category><![CDATA[Bersani]]></category> <category><![CDATA[Francia]]></category> <category><![CDATA[gramsci]]></category> <category><![CDATA[Grecia]]></category> <category><![CDATA[Hollande]]></category> <category><![CDATA[Italia]]></category> <category><![CDATA[Lula]]></category> <category><![CDATA[Obama]]></category><guid
isPermaLink="false">http://www.gazebos.it/?p=2180</guid> <description><![CDATA[Siamo bersaniani? Siamo antibersaniani? Esistono i bersaniani? Domande stolte, “buaggine” direbbe Gramsci. Da quando è nato, gazebos ha condotto una battaglia limpida, trasparente, di idee per sostenere una riforma del sistema politico italiano in senso maggioritario e presidenzialista. Ha sposato la campagna referendaria, ha visto nel governo tecnico non l’alba di una nuova era ma l’ulteriore epifania di una crisi pluridecennale della politica e del sistema dei partiti, e non del solo “berlusconismo”. Ha combattuto la falsa narrazione della fine del “bipolarismo”. Tutte battaglie di idee che il segretario del pD non ha visto o si è sforzato di non vedere. Noi però non ci rassegniamo e continuiamo a rivolgerci a lui, in quanto segretario e quindi titolare effettivo dell’indirizzo politico del partito, che è anche il nostro partito. La forza che ci fa parlare ed agire è quella dei fatti, delle evidenze, di una storia che non si può costringere dentro schemi concettuali che si smontano come castelli di carta alla prima prova. Viene quindi da domandare e domandarsi che fine faranno i progetti di riforma elettorale e costituzionale dopo quello che è successo in Francia, in Grecia e in Italia nel primo fine settimana di maggio. Già si vedono [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a
href="http://www.gazebos.it/wp-content/uploads/Pier-Luigi-Bersani-02_imagelarge.jpg"><img
class="alignleft size-medium wp-image-2181" title="Pier-Luigi-Bersani-02_imagelarge" src="http://www.gazebos.it/wp-content/uploads/Pier-Luigi-Bersani-02_imagelarge-300x240.jpg" alt="" width="300" height="240" /></a>Siamo bersaniani? Siamo antibersaniani? Esistono i bersaniani? Domande stolte, “buaggine” direbbe Gramsci. Da quando è nato, <em>gazebos</em> ha condotto una battaglia limpida, trasparente, di idee per sostenere una riforma del sistema politico italiano in senso maggioritario e presidenzialista. Ha sposato la campagna referendaria, ha visto nel governo tecnico non l’alba di una nuova era ma l’ulteriore epifania di una crisi pluridecennale della politica e del sistema dei partiti, e non del<br
/> solo “berlusconismo”. Ha combattuto la falsa narrazione della fine del “bipolarismo”. <strong>Tutte battaglie di idee che il segretario del pD non ha visto o si è sforzato di non vedere.</strong></p><p>Noi però non ci rassegniamo e continuiamo a rivolgerci a lui, in quanto segretario e quindi titolare effettivo dell’indirizzo politico del partito, che è anche il nostro partito. La forza che ci fa parlare ed agire è quella dei fatti, delle evidenze, di una storia che non si può costringere dentro schemi concettuali che si smontano come castelli di carta alla prima prova.</p><p>Viene quindi da domandare e domandarsi che fine faranno i progetti di riforma elettorale e costituzionale dopo quello che è successo in Francia, in Grecia e in Italia nel primo fine settimana di maggio. Già si vedono ravvedimenti e ripensamenti come l’ennesima nuova apertura al “doppio turno”.  Troppo tardivi però per essere considerati veritieri e credibili. <strong>Eppure c’è una potente domanda di novità sul piano delle politiche come su quello della politica e delle istituzioni che non può essere minimizzata</strong> come invece purtroppo ha fatto, facendo male, il Presidente della Repubblica nei confronti del “movimento 5 stelle”, dimenticandosi della sua imparzialità.</p><p><strong>Punto primo. Questione istituzionale</strong>. È giunto il tempo per la sinistra italiana di fare pace con la personalizzazione della politica, con la democrazia diretta e quindi con il necessario corollario istituzionale: il presidenzialismo. Hollande è un politico di professione, un dirigente di partito che si è sottoposto alle primarie aperte e poi due volte al voto dei francesi con questo slogan: “<em>le changement c’est maintenant</em>”. Barack Obama è un politico di professione, senatore dell’Illinois, ha vinto le primarie del suo partito e poi le presidenziali americane con uno slogan: “<em>change</em>” ovvero<br
/> “cambiamento”. Luis Ignacio Lula da Silva sindacalista, quindi politico di professione ha vinto le presidenziali in Brasile nel 2002 con questo slogan: “<em>a esperança venceu o medo</em>” “la speranza ha vinto la paura”. <strong>Meglio non confrontare questi tre slogan di una sinistra personalizzata, polarizzata e vincente con quello, non proprio felicissimo, dell’”<em>usato sicuro</em>”.</strong></p><p><strong>Punto secondo. Questione partiti</strong>. Lo sfaldamento del PDL alle amministrative, la non affermazione di false novità come il &#8220;terzo polo&#8221; di Casini, Rutelli e Fini, tra i parlamentari più longevi delle nostre due repubbliche, la grande ondata di liste civiche e del “Movimento 5 stelle” dimostra che <strong>è possibile interpretare l’art. 49 della Costituzione in maniera totalmente diversa rispetto a quanto ci hanno offerto in questi mesi importanti dirigenti del pD: “la democrazia italiana è fondata sui partiti” hanno detto. </strong>Nossignore! I soggetti della partecipazione e dell’azione democratica secondo la nostra costituzione sono i cittadini e non i partiti. Che restano uno strumento per esercitare la partecipazione. Ma non “lo” strumento e, certamente, non il fine<br
/> dell’azione politica e della vita democratica.</p><p>Insomma dopo le amministrative dello scorso anno e successivo referendum, dopo le amministrative di quest’anno si fa davvero fatica a voler difendere a tutti i costi una visione chiusa e totalizzante, autosufficiente, della democrazia rappresentativa, <strong>negando qualsiasi possibilità che questa possa essere affiancata, e ripetiamo, affiancata, non sostituita, da istituti di democrazia diretta come l’elezione del capo dell’esecutivo nella figura del Presidente della Repubblica</strong>.</p><p>Il paradosso in cui ci troviamo ora è che se c’è un soggetto che punta alla rappresentanza parlamentare, che quindi implicitamente tende a legittimare l&#8217;impianto costituzionale parlamentarista, è oggi proprio il “Movimento 5 stelle” che per altro verso è assolutamente impreparato sul piano della democrazia governate, decidente e competitiva, <strong>non foss’altro che per l’assoluta contrarietà a qualsivoglia logica coalizionale</strong>.</p><p>Ecco allora che tutto questo dovrebbe essere per Bersani l’occasione di fare un discorso di verità: la democrazia dei partiti non è un argine alle derive populiste e plebiscitarie; il ritorno a un sistema proporzionale ci allontanerebbe irreversibilmente dalla Francia e dall’Europa e ci porterebbe direttamente in Grecia; il doppio turno sganciato da una cambio della forma di governo in senso presidenziale diventa l’ennesima bugìa;  il terzo polo è uno stato d’animo, non un progetto politico<strong>; per quanto concerne le politiche, il maggioritario e il presidenzialismo polarizzano, con buona pace di centri studi pure prestigiosi come il CRS o la Fondazione Italiani Europei</strong>, che in questi anni hanno sempre temuto il maggioritario anche perché voleva dire convergere al centro e il presidenzialismo perche significava plebiscitarismo e populismo.</p><p>Ecco, se Bersani volesse diventare il nostro Hollande ha tutte le carte per per provarci. Dovrebbe però fare un discorso di verità al Paese, cominciando con l’azzerare tutto il lavoro inutile fatto fino ad ora per riformare lo Stato. Ma chissà se allora sarebbe ancora Bersani?</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.gazebos.it/politica/il-nostro-hollande/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Atene, Italia. Solo un brutto sogno?</title><link>http://www.gazebos.it/politica/atene-italia-solo-un-brutto-sogno</link> <comments>http://www.gazebos.it/politica/atene-italia-solo-un-brutto-sogno#comments</comments> <pubDate>Wed, 09 May 2012 14:50:42 +0000</pubDate> <dc:creator>Gianluca Garro</dc:creator> <category><![CDATA[Politica]]></category><guid
isPermaLink="false">http://www.gazebos.it/?p=2177</guid> <description><![CDATA[Il grande Andrea Camilleri nei romanzi e racconti in cui è protagonista il commissario Montalbano utilizza un espediente narrativo di particolare effetto. Il racconto parte da un sogno, o meglio un incubo, che fa svegliare di soprassalto il commissario, sollevato dal fatto che si tratti solo di un sogno. Peccato che con un movimento circolare alla fine della storia quel sogno si ripete nella realtà. Ma il commissario alla fine risolve tutto con grande sollievo questa volta del pubblico. Immaginiamo ora che le elezioni in Grecia di domenica scorsa fossero per l’Italia politica e istituzionale una sorta di brutto sogno. A risultare inquietante è l’affanno con cui dichiarava il leader di Nea Demokratia Antonis Samaras. Il suo era un appello quasi disperato alle forze cosiddette pro-euro tra cui il Pasok di Evangelos Venizelos. Come è prevedibile in tempi di bancarotta chela Greciasta vivendo appieno, le ali estreme fanno incetta di preferenze. In questo caso ne hanno beneficiato Syriza, formazione di estrema sinistra e la populista Chris Avghi (Alba dorata) di estrema destra. Lo spettacolo tipico di un brutto sogno è dunque questo affannoso tentativo di creare un governo a urne chiuse con formazioni fortemente ridimensionate dal voto di protesta. La [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><a
href="http://www.gazebos.it/wp-content/uploads/Il-gioco-degli-specchi-di-Andrea-Camilleri.jpg"><img
class="alignleft size-medium wp-image-2178" title="Il-gioco-degli-specchi-di-Andrea-Camilleri" src="http://www.gazebos.it/wp-content/uploads/Il-gioco-degli-specchi-di-Andrea-Camilleri-260x300.jpg" alt="" width="260" height="300" /></a>Il grande Andrea Camilleri nei romanzi e racconti in cui è protagonista il commissario Montalbano utilizza un espediente narrativo di particolare effetto. Il racconto parte da un sogno, o meglio un incubo, che fa svegliare di soprassalto il commissario, sollevato dal fatto che si tratti solo di un sogno.</p><p>Peccato che con un movimento circolare alla fine della storia quel sogno si ripete nella realtà. Ma il commissario alla fine risolve tutto con grande sollievo questa volta del pubblico.</p><p>Immaginiamo ora che le elezioni in Grecia di domenica scorsa fossero per l’Italia politica e istituzionale una sorta di brutto sogno.</p><p>A risultare inquietante è l’affanno con cui dichiarava il leader di Nea Demokratia Antonis Samaras. Il suo era un appello quasi disperato alle forze cosiddette pro-euro tra cui il Pasok di Evangelos Venizelos.</p><p>Come è prevedibile in tempi di bancarotta chela Greciasta vivendo appieno, le ali estreme fanno incetta di preferenze. In questo caso ne hanno beneficiato Syriza, formazione di estrema sinistra e la populista Chris Avghi (Alba dorata) di estrema destra.</p><p>Lo spettacolo tipico di un brutto sogno è dunque questo affannoso tentativo di creare un governo a urne chiuse con formazioni fortemente ridimensionate dal voto di protesta.</p><p>La radice del problema sta nel sistema elettorale. Tutt’altro che quisquilie da politologici in vena di dibattiti serali.</p><p>In questo caso il sistema elettorale ha inasprito una crisi politica quasi irreversibile. Nessuna certezza per i cittadini su chi li avrebbe governati un minuto dopo la chiusura delle urne. Ma nessuna certezza neanche adesso che passano i giorni e i conciliaboli tra politici non portano a soluzioni chiare. Con la mannaia del rigore tedesco sulla testa e con l’insofferenza di tanta gente frustrata.</p><p>Viene da fare un ovvio paragone.La Francia.L’affermazione di Hollande non è stata plebiscitaria. Un paese a maggioranza conservatore, un’immagine di leader di una sinistra non pienamente  al passo con i tempi non hanno permesso al Ps di avere un consenso maggiore. Ma ci ha pensato il tanto discusso sistema a doppio turno a dare certezze. Sia nel dibattito interno sia oltralpe. Su al nord di Bruxelles e di Berlino dove si è vissuto con ansia il cambiamento in atto a Parigi.</p><p>Il paragone è fin troppo impietoso. Il proporzionale non da’ certezze, non offre chiarezza ad un quadro politico che dev’essere “artificiosamente” definito. E in tempi difficili è un detonatore di instabilità, non soltanto politica, ma economica e sociale.</p><p>Le regole devono servire a diminuire il più possibile il disordine. E le regole elettorali sono decisive.</p><p>A questo dovrebbero pensare i capipartito, sedicenti impegnati a superare il Porcellum. E la bozza ahimè detta “Violante” non sembra dare certezze alcune nel famoso minuto immediatamente successivo al voto. Perchè i partiti – e le amministrative del 6-7 maggio lo dimostrano – sono in grande crisi, addirittura sotto “un cumulo di macerie” come twittato dal tecnologico Pier Ferdinando Casini.</p><p>L’Italia sia dia regole certe in materia elettorale. Passi al doppio turno, altrimenti quel brutto sogno come nei romanzi di Montalbano si fa realtà. E un commissario che risolve tutto in politica, nonostante molti abbiano provato a indossarne il ruolo, non esiste.</p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.gazebos.it/politica/atene-italia-solo-un-brutto-sogno/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> <item><title>Riforma elettorale: Più potere ai cittadini</title><link>http://www.gazebos.it/politica/riforma-elettorale-piu-potere-ai-cittadini</link> <comments>http://www.gazebos.it/politica/riforma-elettorale-piu-potere-ai-cittadini#comments</comments> <pubDate>Wed, 09 May 2012 14:40:41 +0000</pubDate> <dc:creator>Mario Barbi</dc:creator> <category><![CDATA[Politica]]></category><guid
isPermaLink="false">http://www.gazebos.it/?p=2171</guid> <description><![CDATA[Quale democrazia. In ogni ordinamento democratico la legge elettorale è una pietra angolare intorno alla quale si costruisce il sistema politico e si disciplina la competizione tra forze diverse per la rappresentanza e il governo del paese. E’ il sistema di voto che determina le modalità di partecipazione dei cittadini alla vita democratica e che definisce il potere degli elettori nel decidere parlamentari, esecutivi e leadership. E’ con la legge elettorale che si distribuiscono i ruoli – vale a dire le maiuscole e le minuscole – nel “triangolo dei protagonisti” della democrazia: cittadini-partiti-istituzioni. In qualsiasi sistema democratico, i partiti (e più specificamente le liste che si presentano alle elezioni)  rappresentano il “mediatore” necessario nel rapporto tra cittadini ed istituzioni, ma il loro ruolo e la loro natura cambia in ragione del potere attribuito con il voto ai cittadini-elettori. Tanto più maiuscolo è il potere attribuito al cittadino nella scelta del rappresentante, del governo e della leadership tanto più minuscolo (ovvero vincolato) è il ruolo del partito. Tanto più maiuscola è la delega assegnata con il voto al partito e tanto più minuscolo è il ruolo dell’elettore. Nei sistemi bipolari/maggioritari l’accento democratico è posto sui cittadini, mentre nel sistema proporzionale/multipolare l’accento [...]]]></description> <content:encoded><![CDATA[<p><strong><a
href="http://www.gazebos.it/wp-content/uploads/electoral.jpg"><img
class="alignleft size-full wp-image-2201" title="electoral" src="http://www.gazebos.it/wp-content/uploads/electoral.jpg" alt="" width="210" height="240" /></a>Quale democrazia</strong>. In ogni ordinamento democratico la legge elettorale è una pietra angolare intorno alla quale si costruisce il sistema politico e si disciplina la competizione tra forze diverse per la rappresentanza e il governo del paese. E’ il sistema di voto che determina le modalità di partecipazione dei cittadini alla vita democratica e che definisce il potere degli elettori nel decidere parlamentari, esecutivi e leadership. E’ con la legge elettorale che si distribuiscono i ruoli – vale a dire le maiuscole e le minuscole – nel “triangolo dei protagonisti” della democrazia: cittadini-partiti-istituzioni. In qualsiasi sistema democratico, i partiti (e più specificamente le liste che si presentano alle elezioni)  rappresentano il “mediatore” necessario nel rapporto tra cittadini ed istituzioni, ma il loro ruolo e la loro natura cambia in ragione del potere attribuito con il voto ai cittadini-elettori. Tanto più maiuscolo è il potere attribuito al cittadino nella scelta del rappresentante, del governo e della leadership tanto più minuscolo (ovvero vincolato) è il ruolo del partito. Tanto più maiuscola è la delega assegnata con il voto al partito e tanto più minuscolo è il ruolo dell’elettore. Nei sistemi bipolari/maggioritari l’accento democratico è posto sui cittadini, mentre nel sistema proporzionale/multipolare l’accento democratico è posto sul partito. L’alternativa di fondo è dunque tra “democrazia dei cittadini” e “democrazia dei partiti”. Tutto il movimento riformatore degli ultimi venti anni ha lavorato per instaurare nel nostro paese una compiuta “democrazia dei cittadini” in cui la scelta della rappresentanza fosse direttamente collegata alla scelta del governo (e di un governo rafforzato nella propria legittimazione e nel rilievo costituzionale) in un sistema politico bipolare basato sull’alternanza. Anche la fondazione del partito Democratico, che è risultato dell’unione di orientamenti ideali e di tradizioni politiche difficilmente compatibili in un partito identitario, si inserisce in quella vicenda ed è impensabile al di fuori di essa.</p><p><strong>Le capriole del pD</strong>. Mi pare che la premessa sia necessaria perché evidenzia come le scelte che si compiono in materia di riforma di legge elettorale non dovrebbero essere ispirate da visioni o interessi  contingenti, quali le alleanze del momento, o da una diplomatica “ragion di partito” guidata dalla bussola di forzosi compromessi unitari. Proprio questo, invece, a me pare sia avvenuto nel caso del nostro partito che ha scritto nel programma e nelle deliberazioni dell’Assemblea nazionale la scelta del doppio turno alla francese, ha poi depositato alle camere una proposta astrusa che qualcuno ha definito “magiara” ed altri “modello franco-tedesco” per arrivare all’inarticolata (nel senso che l’articolato ad oggi – 23 aprile 2012 &#8211; ancora non c’è) “bozza Violante”, che il suo ispiratore, proprio a margine del convegno sul tema organizzato dal pD-Piemonte al GAM di Torino, ha descritto così: “la legge elettorale si basa sul ritorno al primato del partito politico”. Se questa proposizione fosse definitiva e irrevocabile, ciò vorrebbe dire che il pD avrebbe scelto un modello di democrazia e di partito che va nella direzione opposta a quella che ne ha preparato la nascita e nel cui solco ha trovato la propria ragione fondativa. E se questo fosse l’esito varrebbe la pena dire subito che questo esito non sarebbe giustificabile né con l’argomento del “compromesso necessario”, perché le “regole si scrivono con gli altri partiti”,  né con l’imperativo che si deve dare una risposta (fosse pure qualsiasi) alla domanda di cambiamento. Perché è vero che le “regole si scrivono (o si dovrebbero scrivere) insieme”, ma non meno vero è che qualche principio va considerato non negoziabile ed il pD nel campo di gioco non è un attore qualunque e qualche condizione la può e avrebbe dovuto porla (a meno che, non ponendola, il vertice del pD non abbia voluto nascondere dietro le condizioni poste da altri – e segnatamente dai centristi -  il perseguimento di un disegno che in prima persona non aveva la capacità di dichiarare). Così come è vero che il <em>porcellum </em>è un imbroglio che va cambiato, non meno vero è che non deve essere cambiato con un altro imbroglio.</p><p><strong>Lo scandalo del porcellum e la bufala del “fallimento del bipolarismo”</strong>. La legge in vigore è uno scandalo perché non permette ai cittadini di scegliere i parlamentari. E perché fu imposta a maggioranza alla vigilia delle elezioni del 2006 da Berlusconi-Fini-Casini-Bossi (per favore: ricordare i nomi!!!) per gettare nello scompiglio il centrosinistra, ancorchè mantenendo l’impianto maggioritario e bipolare che consentiva all’elettore di decidere governo e leadership. La “bozza Violante” di cui si discute in questo periodo, e di cui sono note le grandi linee, è uno scandalo perché sembra avere come unico punto chiaro e irrinunciabile quello di dare all’elettore la sola possibilità di scegliere il partito: togliendogli la scelta della maggioranza e del capo del governo. Come se il problema della democrazia italiana e del suo bipolarismo inceppato fosse quello di ritornare a partiti identitari e non quello di assicurare la stabilità dei governi rinforzando il potere degli elettori di decidere al momento del voto, insieme al proprio rappresentante, le maggioranze il leader che guiderà il governo. Questo e non altri è il punto dirimente nel dibattito sulla riforma elettorale: i governi verranno decisi dagli elettori al momento del voto e con il loro voto o dai partiti dopo il voto? Ci sono molti modi per dare ai cittadini sia il potere di scegliere il loro parlamentare che il governo: collegi uninominali a un turno o a doppio turno che, comunque, incentivino e premino la formazione di coalizioni e ledearship alternative che si dichiarino agli elettori al momento del voto. Ma sono tutti modi che confermano un impianto bipolare e maggioritario del sistema politico. Queste strade sembrano essere state scartate dagli “sherpa” dei tre partiti che sostengono l’attuale governo tecnico, a favore di una scelta sostanzialmente proporzionale. Per motivare tale scelta si sostiene che è ormai provato che il “bipolarismo non funziona” (i precursori di questo racconto che va per la maggiore anche in casa nostra sono stati Casini, Fini e Rutelli) perché avrebbe prodotto “coalizione coatte fatte per vincere ma incapaci di governare…”. Penso che questa “narrazione” sia un racconto di comodo che dovrebbe essere confutato, ma in questa sede mi limiterò a dire che ciò che non ha funzionato è il “bipolarismo incompiuto” (come ha recentemente osservato Romano Prodi) che ha visto ripetutamente entrare in rotta di collisione la debolezza reale dei governi tipica del nostro sistema parlamentare con la loro forte legittimazione diretta derivata dal principio elettorale maggioritario. E che la debolezza del governo e l’incentivo al trasformismo propria del nostro sistema parlamentare siano un problema centrale del nostro ordinamento è riconosciuto dagli stessi sostenitori del ritorno al <em>proporzionale di partito,</em> i quali, infatti, avanzano progetti di riforma costituzionale che prevedono il rafforzamento dell’esecutivo (fiducia al premier che può nominare e revocare i ministri e sfiducia costruttiva ovvero potere di scioglimento delle Camere al capo del governo). Se il premier disponesse (o avesse disposto in passato) del potere di deterrenza proprio dello scioglimento, le maggioranze sarebbero state interessate al successo dei governi piuttosto che al trasformismo parlamentare, così come le opposizioni sarebbero state incentivate a prepararsi all’alternativa elettorale piuttosto che a congegnare ribaltamenti o trasformazioni delle maggioranze parlamentari.</p><p><strong>L’imbroglio della “bozza Violante”.</strong>  E’ per tutte le ragioni sopra esposte che mi sento di dire che l’orientamento proporzionale e partitizzante che è alla base della “bozza Violante” rappresenta di fatto un vero e proprio “imbroglio” che codifica una sottrazione di potere agli elettori e va perciò nella direzione opposta a quella che sarebbe preferibile per il paese e anche per il pD. La legge di cui si parla più che una riforma è una contro-riforma. E’ un imbroglio perché non è in grado di assicurare ciò che dice di perseguire (come la governabilità) mentre non mantiene davvero ciò che promette (la libera scelta dei parlamentari) e non dice che sottrae per davvero ai cittadini la decisione su maggioranze di governo e leadership.  Si dice che il mix tedesco di collegi uninominali e di proporzionale restituirebbero all’elettore la scelta del proprio rappresentante. Ma questa è solo una mezza verità: non solo perché nei “collegi” sarebbero eletti meno della metà dei parlamentari, ma anche perché gli elettori avrebbero a disposizione, a quanto si sa, un solo voto (e non due come in Germania) e quindi la dinamica elettorale sarebbe centrata unicamente sul voto di partito e sul proporzionale (se vuole partecipare alla ripartizione dei seggi ogni forza politica – anche “piccola” – non ha altra possibilità che presentarsi in tutti i collegi) piuttosto che sul candidato di collegio e sulla rappresentanza maggioritaria. Dei collegi così concepiti servono a spersonalizzare il maggioritario piuttosto che a personalizzare il proporzionale ed a “coprire” le liste proporzionali confezionate dai vertici di partito, risolvendo così solo in modo parziale e apparente, a fini propagandistici e comunicativi, l’incorreggibile difetto del “porcellum”. E’ un imbroglio anche perché riduce a mero specchietto per le allodole la scelta del “premier” da parte degli elettori poiché – in assenza di un incentivo di coalizione – la previsione che ogni partito possa indicare il candidato-premier, in mancanza di meccanismi maggioritari e in presenza di un quadro politico frammentato in cui nessun partito avrà mai la maggioranza, significa che i candidati-premier dei partiti saranno solo candidati di bandiera. E nulla più. Anche per il premier dunque, poiché non si ha il coraggio di cancellare con un tratto di penna il potere di decidere il premier che agli elettori sta molto a cuore, si alzano polveroni e si agitano strumenti propagandistici. Basti pensare che, prendendo per buoni i sondaggi che circolano attualmente, in un parlamento eletto con il sistema di cui si parla ci sarebbero tra i sei e gli otto partiti, che superano lo sbarramento del cinque per cento, e il partito maggiore, se va bene, avrebbe poco più di un quarto dei voti: le maggioranze sarebbero sempre incerte e l’instabilità sarebbe endemica.</p><p><strong>Illusione e nostalgia.</strong> La “bozza Violante” è  da considerarsi una contro-riforma anche e soprattutto perché riconsegnerebbe ai partiti lo scettro che toglie ai cittadini: niente più maggioritario e niente più bipolarismo. E tutto il potere ai partiti che deciderebbero dopo il voto quale maggioranza costruire e a chi affidare la guida del governo. Insomma, io non credo che ne guadagnerà la stabilità né che riuscirà il taglio delle ali da cui alcuni volenterosi “miglioristi” della proposta si attendono, perseguendo non si sa quale eterogenesi dei fini, un rilancio della “vocazione maggioritaria” del pD e un avanzamento del “bipartitismo”: per cercare di “correggere” la frammentazione che si creerebbe hai voglia a lavorare di “ortopedia elettorale” con più o meno praticabili ipotesi di circoscrizioni piccole, metodo d’Hondt e/o “premietto” al partito maggiore o ai “partiti maggiori”! Credo semmai che con il sistema proporzionale che ci viene proposto a guadagnarci saranno proprio le “ali”, sospinte dalla logica identitaria fuori dall’area di governo, e il “centro”, che avrà la “golden share” della formazione di ogni governo. E a perderci saranno la stabilità del paese e gli elettori che si vedranno sottratti ruolo e potere. Il proporzionale di partito che prospetta la “bozza Violante” ci indica un futuro di restaurazione e di illusione: restaurazione di una democrazia dei partiti stile prima repubblica (ma senza i partiti di allora)  e l’illusione che i partiti che non ci sono più possano rinascere e che la “personalizzazione” della politica possa essere rimossa dalla scena come uno spirito impertinente ricacciato nella lampada.</p><p><strong><strong>Un’alternativa.</strong> C’era una strada alternativa? Sì, c’era. La strada da seguire era quella del referendum contro il “porcellum” e per il ritorno al “mattarellum”, che, in poche settimane, nell’estate del 2011, raccolse oltre 1 milione e 200mila firme anche grazie al favore ed al sostegno attivo di dirigenti, iscritti ed elettori del pD (come successe in Piemonte, a partire da Torino). Quella strada, sbarrata da una scialba sentenza della Corte Costituzionale, sarebbe tuttora percorribile in Parlamento. Quella, o comunque una via analoga che confermasse le pietre angolari positive della riforma bipolare incompiuta: collegi uninominali e coalizioni per il governo. Sembra che sia stata scelta un’altra strada. Ma male ha fatto il pD a prenderla – sia che abbia spinto per imboccarla sia che ci si sia fatto trascinare. Anziché correggere ciò che non ha funzionato del nostro sistema bipolare e di alternanza si presterebbe così ad un’operazione che butta via il bambino con l’acqua sporca. Mi auguro che il pD si ravveda, per il bene suo e, soprattutto, per il bene del paese.<br
/> </strong></p> ]]></content:encoded> <wfw:commentRss>http://www.gazebos.it/politica/riforma-elettorale-piu-potere-ai-cittadini/feed</wfw:commentRss> <slash:comments>0</slash:comments> </item> </channel> </rss>
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